Il senso della vita

A volte, mentre sto in macchina da sola e ascolto alcune canzoni, con gli occhi sull’asfalto e la mente tra le foglie dei pioppi di Roma, inizio a viaggiare, e la mia testa si riempie di domande; è giusto continuare così? Che senso ha la vita che ho condotto finora? Che motivo ha la mia esistenza nel mondo? È giusto cercare la felicità di una sera nel fondo di un bicchiere, oppure dovremmo impegnarci per cercare una serenità più duratura? Qualche filosofo latino risponderebbe stoicamente che dobbiamo essere forti e dominare gli istinti per raggiungere la felicità, qualche altro coglione di passaggio verrebbe da te e ti direbbe “carpe diem”, ma credo che se ci mettiamo a carpire tutti quei dies, la vita altro non diventa che un susseguirsi di momenti piacevoli fine a loro stessi, quando invece dovremmo trasformarla in qualcosa di più.
I ragazzi oggi si appellano a tutti quei personaggi storici che hanno reso legittimo il cazzeggio quali Orazio o Oscar Wilde (che con le sue cazzate è morto solo, povero, e gay), e ci sentiamo giustificati dal fatto che la vita è “una sola”, e quindi continuiamo a viverla allo stremo comportandoci come se invece ne avessimo centomila. Così, tra le strade di Roma, sono arrivata alla conclusione che è la disperata voglia di stare bene che ci fa stare sempre più male: la ricerca di una stabilita emotiva che non siamo riusciti a trovare a causa di relazioni malate, famiglie inesistenti, o amicizie sbagliate, che si conclude ogni sera nello stesso modo; e quindi, forse, dovremmo soltanto smetterla. Smettere di cercare, smettere di bramare, smettere di lasciarci dominare dai nostri impulsi, smettere di cogliere ogni volta quel fottuto diem, perché la Felicità non si trova in una risata a tarda notte, in un brivido in più, o nel fondo di un bicchiere, ma si trova nel fondo della propria anima.

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